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Massimo Iritano (a cura di), Sergio Quinzio. Profezie di un'esistenza

Soveria Mannelli, Rubbetino 2000, pp. 254, Lit. 24.000.

di Stefano Serafini

 

Corporeità e sacro: il richiamo di Sergio Quinzio.

Ben figura nell'interessante catalogo della Rubbettino il volume sul teologo e filosofo Sergio Quinzio di recente scomparso, attentamente allestito da Massimo Iritano (Sergio Quinzio. Profezie di un'esistenza, Soveria Mannelli, 2000, pp. 254, Lit. 24.000). Esso accoglie contributi, testimonianze o semplici ricordi di oltre venti autori che lo conobbero, da Nynfa Bosco a Guido Ceronetti, da Sergio Givone a Umberto Galimberti, da Claudio Magris a Gino Girolomoni, da Guido Monte a Gianni Vattimo, per citare solo i più noti. Dalle loro righe (sovente davvero belle e commosse), come dai frammenti di uno specchio, si ricompone l'immagine atipica di questo straordinario interprete cristiano dei nostri giorni, rendendone la poesia d'amore incarnata esistenzialmente, la trafitta e abissale speranza religiosa, la biografia di teologo parvenu ed autodidatta, persino l'apparenza di una lucida patologia della psiche troppo coerente alle condizioni del mondo e alle premesse di fede... –troppo, per non affascinare anche il più cinico degli interpreti!

Attraversava due volte al giorno la città, il giovane Quinzio durante le pause di lavoro, per andare a vedere la moglie amatissima; dopo la morte prematura e inattesa di lei si recluse quindici anni nella casa-monastero di Gino Girolomoni, amico solido e intelligente, che tutte le mattine lo vedeva prendere l'ostia dal prete, nella cappella, con le lacrime agli occhi. La campagna urbinate, nella sua quiete, gli diede agio di terminare alcune fra le sue opere più significative.

Le riflessioni più importanti di Quinzio, come osserva Iritano, sono sempre le stesse, ripetute coerentemente dalla fissità tematica dei suoi testi, scanditi in un tempo di attesa del sacro a cui è sconosciuto il senso dell'evoluzione. L'unico ethos per la fede in via è la "sorridente disperazione". Tale norma vale innanzitutto contro l'offuscamento attuale della fede, le cui prime falde egli ravvisa addirittura nella comunità originaria, offesa dallo scandalo della dipartita degli apostoli. Il centro del messaggio di Gesù per noi uomini è infatti da Quinzio identificato con la dottrina della parusia, la fine dei tempi e l'avvento del Signore cui seguirà la resurrezione dei corpi. I primi cristiani attendevano entro la loro stessa generazione il ritorno del Figlio e la sconfitta della morte. Per resistere invece al sopraggiunto e ferreo contraddittorio della storia, umanamente, piegarono la fede e da quel reclinarsi sorse un cristianesimo adattato: la prospettiva di salvezza finì allontanata, quasi esorcizzata, in un aldilà imprecisato. La fede, da grido di speranza, si trasformò in resa al fatto irrefutabile della morte, cui la vita futura si opponeva ormai come una favola in nulla diversa da quelle pagane. La stessa dottrina della resurrezione dei corpi, professata in teoria dalla chiesa, nella pratica resta -oggidì più che mai- nulla più di un'appendice mitica d'una religione intellettuale, mutata in consolazione sociale e promessa dell'aldilà, disattenta all'assoluta realtà del presente di carne, che invece la verità della parusia intenziona terribile dal nostro sperato futuro.

La carne e la morte sono i due poli di questa elementare verità: Gesù, Dio di Vita, ha promesso che ci salverà dal male della morte nella nostra carne, quindi nella nostra individualità, con la Sua nuova venuta. Io ritroverò le persone che ho amato in tutta la loro concretezza, carezzerò ancora grazie alla glorificazione del corpo le loro differenze, altrimenti irrealizzabili ed irripetibili in un mondo iperuranio di pura idealità. Tale era la fede autentica dei primi discepoli degli apostoli.

Ma cosa propone Quinzio al cristiano di oggi? Il ritorno alla prima fede e la coltivazione della disperazione: guardare con coraggio le realtà profetiche e di fatto senza farle venire a patti in un accomodamento alienante che le riduce, entrambe, a pallidi fantasmi di se stesse. Una realtà dove regna la morte e a cui si oppone un aldilà disincarnato non ha senso, e richiama per forza su di sé gli strali anticristiani di pensatori coerenti come Nietzsche; invece in questo mondo, che si vorrebbe ridurre a sogno con una favola, noi uomini viviamo e cogliamo la nostra verità personale, tutto quel che conta per noi, il nostro amore, la nostra stessa accoglienza del messaggio del Maestro. Come posso ipotizzare di non essere più questo respiro, questi capelli, questo sorriso e questa ruga che Dio ha voluto ch'io fossi? San Tommaso d'Aquino insegnava che la corporeità consiste d'anima. Lo stesso Dio si è fatto carne e sangue d'uomo, e ha mangiato pane e bevuto vino. Com'è dunque possibile che tutto ciò venga annientato, e soprattutto com'è possibile accettarlo?

D'altra parte la fede snaturata perde di mira il fine della storia, da profetica e suscitatrice diviene nascondimento della disperazione e consolatoria come una droga. Ancora una volta non v'è soluzione se non nell'accettare il dato di fatto, il mistero del male, e di quel primo male che è la mancata promessa come misura della nostra infinita fragilità di fronte a Dio salvatore. Bisogna accogliere di nuovo la fede ebraico-cristiana degli inizi, in quanto attesa, perché è essa l'unica chiave di lettura possibile per dare un senso al mondo e alla nostra vicenda.

La denuncia profetica lunga una vita di Quinzio, uomo e autore scomodo e fuori del comune, sostiene insomma la necessità della coerenza anche a fronte dei corrugamenti culturali del nostro e di ogni tempo. Scriveva già agli inizi della sua attività, nel 1962, in Religione e futuro, p. 54:

«Essere al primo o al penultimo dei mille gradini della scala che porta dove si mangia, per chi muore di fame è lo stesso. Senza l'ultimo gradino il cristianesimo non c'è, e se ci fosse non servirebbe a niente. Il mio cristianesimo è diverso da quello che si predica dai pulpiti e nelle pontificie università []. La rivelazione non è finita con l'amen dell'ultima riga della Bibbia, e neanche con le pallide frange che ci ha aggiunto la tradizione ufficiale o quelle più o meno esoteriche. La rivelazione è trattenuta, e aspetta di manifestarsi in pieno nell'ultimo giorno, quando esploderà dal soffocamento».

Et verbum caro factum est (Io 1,14): grazie alla venuta di Dio in questo mondo e alla seguente Resurrezione del Cristo e degli uomini in Lui, che tale venuta permette, la corporeità è da sempre per i cristiani il luogo della prima e dell'ultima rivelazione. Non rappresenta dunque di certo un tema nuovo alle loro riflessioni, basti pensare allo stesso Paolo di Tarso, o ad autori chiave per tale meditazione come il Crisostomo o il già citato Tommaso d'Aquino, o per la teologia contemporanea ad Edward Schillebeeckx.

Il merito di Quinzio è stato piuttosto quello di richiamare l'attenzione sull'oblio pratico di questa tematica nella quotidianità religiosa, rivelandone il valore strategico nella battaglia fra umano e antiumano in corso nella nostra epoca stordita. Tale merito, a parere di chi scrive, gli andrebbe riconosciuto anche dal di fuori dell'ambito cristiano, e persino dal mondo cosiddetto "laico".

Mai prima d'ora, infatti, dietro una chiassosa mascherata edonistica, il corpo umano è stato tanto estraniato, ridotto a una formula che ci portiamo appresso e subiamo. Abbiamo ragione di credere che proprio tale alienazione dalla corporeità, di cui pochi si rendono conto, sia una delle cause della scomparsa del senso del sacro e di armoniosa appartenenza al creato, e che essa sia alla base di molti comportamenti distruttivi della nostra schizofrenica società. L'immagine del corpo, la sua analisi e diagnosi medica, il suo modello mediologico, il suo imbonimento e ubriacamento sensoriale, propri della società odierna, lo rendono un appendice del sistema ideologico che se ne impossessa nell'invasione delle individualità. Oggi (ma chissà da quanti secoli) l'uomo non sente più se non attraverso le formule insegnate; non riconosce la propria corporeità se non è mediata da parole e modelli; non sa ascoltarla, ricoperto com'è dagli stimoli informanti e dalle imposizioni sottili della cultura mediale. L'obbligo astratto e compulsivo di godere del corpo non è meno grave, nella sua intima ferocia alienante, dei vecchi pregiudizi che ne irreggimentavano la fruizione paventando le fiamme dell'inferno. Forse è peggiore, perché ormai non esiste più neppure la salubre scappatoia del peccato in cui un tempo si ritrovava il contatto, selvatico e concreto, extracivile, con la propria verità biologica. Il corpo tanto esaltato da un consumismo che vive di lavoro immateriale, è stato da quest'ultimo dissolto in modello, idea, variabile commerciale estensibile a piacimento. Coi limiti fisici ha perso la sua prima peculiarità: la concretezza, che vuol dire presenza immediata. Prova ne sia il deserto spaventoso che si va allargando sotto i nostri occhi nella capacità di provare piacere. L'era della virtualità estenua con impressioni sintetiche e stimolazioni a vuoto del desiderio i centri fisici del piacere senza mai soddisfarli, a tutti i livelli, dal cibo al sesso alla musica. La società pornografica e del fast food non è stata mai preceduta da tanta sessuofobia di fatto, da tanta impotenza alla gioia. Il vecchio materialismo, che voleva ridurre l'uomo alla materia vedendola come l'ultima struttura del reale, fa al confronto sorridere per la sua ingenuità.

Uno ed unico è il mio corpo, la spaziotemporalità che mi circoscrive senza remissioni e da qui mi pone in gioco nei confronti dell'infinito. La cultura dello spettacolo oramai infiltrata ovunque sulla scia dell'occidentalizzazione del mondo, ci propone invece continuamente virtuali "corpi" diversi, con cui entrare in simbiosi per due o tre ore e vivere senza rischio nuove esperienze con ritorno garantito. Corpi fatti di immagini, rigidi, morti, come i fotogrammi ripetibili di un dvd o i pattern di un videogame. Potenzialmente infinite, queste esistenze attivano e vivono il nostro corpo reale monopolizzandone sensibilità, attenzione, ritmi, emozioni, reazioni endocrinologiche e nervose, occupandone la possibilità di attesa e apertura a quell'Oltre che lo ha appellato e lo sostanzia di vita. Oggi possiamo "essere", senza limiti e velocemente, eroi, assassini, animali, dèi ma a scapito di quella limitatezza reale che, redenta, ha in sé la potenza di fenomenizzare il vero Illimitato in una storia fatta di qui ed ora. Oggi, il nostro non è che uno scomodo cadavere (ma non reclamava forse di già S. Paolo, disatteso e mal interpretato, i diritti del soma sulla sarx?). Irretiti da sogni e business, crediamo di fuggire da un carcere corporeo che è invece la Porta di Dio su questo mondo, paradosso risolvibile della Croce e della speranza di Resurrezione.

 

Stefano Serafini

 

 

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Articolo inserito in data: martedì 25 settembre 2001.

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